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CONTO CORRENTE BANCARIO – AZIONE DI RIPETIZIONE DELL’INDEBITO DA PARTE DEL CLIENTE ED ECCEZIONE DI PRESCRIZIONE DELLA BANCA -Cassazione civile, sez. VI, 07 Settembre 2017, n. 20933

Con la sentenza in commento, seguita a breve dalla sentenza del 19 Settembre 2017 della Corte di Appello di Milano, la Corte di  Corte di Cassazione è tornata sull’argomento dell’eccezione di  prescrizione formulata in giudizio dalla banca al fine di paralizzare la richiesta ripetitoria avanzata dal correntista.

Per comprendere il significato della sentenza  occorre avere chiaro quanto segue.

Le Sezioni Unite della Cassazione, con la nota sentenza n. 24428 del 2010, hanno stabilito che “l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell’anzidetta ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacchè il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del “solvens” con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell'”accipiens”.

Quindi il diritto a ripetere le somme versate per interessi anatocistici, ultralegali, usurari ecc. non si prescrive che decorsi dieci anni dalla chiusura del  contratto di conto corrente con apertura di credito, salvo che  per le rimesse  finalizzate a  coprire prelievi avvenuti extrafido.

Il principio sancito dalla Corte di legittimità è stato pacificamente recepito dalle corti e dai tribunali territoriali. Tuttavia, sul terreo della prescrizione lo scontro tra banche e correntisti non si è esaurito.

Uno degli argomenti più dibattuti in giudizio riguarda l’onere della prova della natura dei versamenti.

Le banche sono use eccepire l’intervenuta prescrizione su tutte le rimesse avvenute in data anteriore al decennio che decorre a ritroso dalla data di proposizione della domanda di ripetizione, ed alcuni giudici ritengono che l’eccezione, così formulata, anche in presenza di conto affidato sia sufficiente a porre a carico del correntista l’onere di dimostrare quali rimesse, durante il rapporto contrattuale, siano state ripristinatorie e quindi non colpite dalla prescrizione.

L’assunto è palesemente errato, come ha ribadito con la sentenza in commento la Corte di Cassazione richiamando una sua precedente decisione (Cass.Civ. 4518/2014 [1]) .

Spetta infatti a chi formula l’eccezione di prescrizione, quindi alla banca, l’onere di individuare quali rimesse siano avvenute extrafido e quindi colpite dalla prescrizione.

Afferma la Corte “Qualora l’avvenuta stipulazione tra le parti del contratto di apertura di credito non sia in contestazione, la natura ripristinatoria delle rimesse è presunta, spetta dunque alla banca che eccepisce la prescrizione di allegare e provare quali sono le rimesse che hanno invece avuto natura solutoria, con la conseguenza che a fronte della formulazione generica della eccezione, indistintamente riferita a tutti i versamenti avvenuti sul conto corrente in data antecedente al decennio decorrente a ritroso dalla data di proposizione della domanda, il giudice non può supplire l’omesso assolvimento di tali oneri, individuando d’ufficio i versamenti solutori”.

Naturalmente è onere del correntista provare che il conto era affidato.

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[1] “Una diversa finalizzazione dei singoli versamenti (o di alcuni di essi) deve essere in concreto provata da parte di chi intende far decorrere la prescrizione dalle singole annotazioni delle poste relative agli interessi passivi anatocistici”. (Cass.Civ. 4518/2014)

NEL MERITO : Tribunale di Milano, 11 gennaio 2017, n. 247; Tribunale, Prato, sez. unica civile, ordinanza 18/02/2016;

“Di converso, allegata e provata l’esistenza di un’apertura di credito, con le modalità che diremo, allora sarà onere della banca indicare specificatamente quali sono le rimesse che devono ritenersi con finalità solutoria, senza potersi limitare ad una generica contestazione, che sarebbe inutiliter data, posto che, come osservato anche dalla più recente giurisprudenza di legittimità, in corso di rapporto (assistito da fido) i versamenti eseguiti su conto corrente hanno normalmente una funzione ripristinatoria della provvista e come tali non determinano alcuno spostamento patrimoniale dal solvens all’accipiens (cfr. Cass. n. 4518/2014)” Tribunale, Prato, sez. unica civile, ordinanza 18/02/2016;

E’ dunque indispensabile che correntista produca in giudizio la copia del contratto di apertura di credito, di modo che il giudice possa applicare il principio summenzionato. Qualora si assuma che il conto era affidato di fatto, o quando non si possano reperire i contratti di affidamento più datati, è bene che nell’atto introduttivo del giudizio il correntista richiami l’attenzione del giudice sulla circostanza che dagli estratti conto prodotti sia possibile desumere (secondo il principio della vicinanza della prova) la sussistenza dell’affidamento [1].

Peraltro la banca, su un fatto storico quale la sussistenza dell’ apertura di credito, deve prendere posizione nella comparsa di costituzione, e, qualora non eccepisse l’assenza di fido, la prova si ha per acquisita ai sensi dell’art. 115 CPC.

[2] “La prova del fido può essere fornita non soltanto tramite il documento costitutivo (contratto), ma anche per il tramite di prove indirette che implicano, in modo univoco, riconoscimento da parte della banca dell’avvenuta concessione del fido. A tal fine costituiscono indizi utili a provare esistenza e entità del fido: 1.  le evidenze degli estratti conto (tassi differenziati per scaglioni, etc.);  2.  la stabilità dell’esposizione debitoria, che ne evidenzia il carattere non occasionale (seppur non formalizzato o “di fatto”);  3. la mancata segnalazione negli anni in Centrale Rischi per sconfino o sofferenza”. Tribunale di Torino del 11 Marzo2015


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