Corte di Appello di Roma 11 marzo 2015 n.1667

La sentenza della Corte di Appello di Roma in commento lascia sicuramente perplessi.

I giudici capitolini di secondo grado hanno ritenuto di ridurre il risarcimento del danno dovuto ad una paziente, sul presupposto del concorso di colpa di quest’ultima nella causazione del danno.

Nel caso esaminato, una paziente che si era gravemente lesionata un dito della mano sinistra, rimasto impigliato in un cancello, era ricorsa a cure sanitarie dimostratesi improvvide; la sentenza di primo grado, accertata l’imperizia e la negligenza dei medici, che  avevano proceduto all’intascamento del dito nella cute ventrale  ed alla ricostruzione cutanea  in modo  male  accorto, aveva condannato i sanitari e l’ospedale al risarcimento del danno permanente subito dalla paziente, la quale aveva perso completamente l’utilizzo del dito.

La corte di appello, pur confermando il profilo della colpa ed il nesso causale, ha tuttavia ritenuto di ridurre il risarcimento, in applicazione dell’art. 1227, 1° comma, c.c., atteso il concorso di colpa della vittima (paziente).

La corte così si è espressa : “se è vero che gli effetti della lesione del dito anulare sinistro avrebbero potuto essere neutralizzati mediante un appropriato e tempestivo intervento, è altrettanto vero che, se la (paziente) fosse stata più attenta, il problema non si sarebbe neppure posto” .

La decisione è del tutto suis generis. Infatti in campo medico si può ritenere la sussistenza del concorso di colta del paziente, qualora  questi non si sia attenuto alle prescrizioni del medico o abbia assunto una condotta tale da invalidare gli effetti  delle cure ricevute.

In questo caso non solo si potrebbe ravvisare il concorso di colpa del paziente nel verificarsi dell’evento o nell’aggravarsi del danno, ma addirittura, a seconda dei casi, l’interruzione del nesso causale tra la condotta dei medici ed l’evento.

Ma nel  caso esaminato dal collegio capitolino il presupposto  del concorso di colpa è tutt’altro; la colpa è stata individuata nelle condotta tenuta dalla danneggiata nel procurarsi la lesione oggetto, successivamente, delle cure mediche.

Se è pur vero che la condotta  del danneggiato può assumere la connotazione del concorso di colpa anche in una fase precedente all’evento (si consideri il caso del trasportato su autoveicolo che non abbia indossato ex ante le cinture di sicurezza), nel caso in esame la condotta della danneggiata si manifesta tuttavia su un piano completamente diverso ed estraneo al successivo intervento dei medici.

Ovvero detta condotta, contrassegnata da eventuale imprudenza, si esaurisce, sul piano fattuale e causale, con il verificarsi della lesione stessa,  mentre l’obbligazione per contatto sociale, assunta dai medici curanti, è fatto umano e giuridico diverso che non ha alcuna relazione con il precedente.

L’obbligazione assunta dai medici è quella di porre rimedio ad un fatto (lesione) già verificatesi; detta obbligazione impone doveri di perizia e diligenza e dalla loro inosservanza deriva l’obbligo al risarcimento del danno. Il danno consiste nel mancato recupero totale o parziale della salute.

Piani diversi dunque.  Del resto sembra evidente che il fatto colposo del creditore di cui all’ art.1227 c.c., ovvero la sua condotta, debba riferirsi esclusivamente al rapporto obbligatorio in essere (contratto di spedalità) e non a fattispecie antecedenti estranee al rapporto stesso.

Un’ultima osservazione; il giudice del gravame assume che il sinistro occorso alla danneggiata sia stato frutto della sua imprudenza, tuttavia la corte non ha motivato in punto, limitandosi apoditticamente all’ affermazione “se (la danneggiata) fosse stata più attenta….”; avrebbe dovuto invece indagare le modalità del sinistro per verificare l’effettiva sussistenza dell’imprudenza posta a fondamento dell’accertamento di corresponsabilità.

avv. Luigi Riccio