La tematica della rilevanza in sede civile della ctu formatasi nel procedimento penale è particolarmente rilevante nei giudizi afferenti la responsabilità medica.

La questione è stata recentemente oggetto di disamina e decisione da parte del   Tribunale di Reggio Emilia (Sent. 6 febbraio 2020 n. 229), il quale ha rigettato l’istanza di ammissione di consulenza tecnica, ritenendo esaustiva quella raccolta nel procedimento penale chiusosi con l’archiviazione.

Nel caso in commento, dopo l’archiviazione del procedimento penale, i parenti di un paziente deceduto durante la fase post operatoria di un intervento cardiochirurgico, hanno agito in sede civile al fine di far acclarare la responsabilità dei medici, ai quali contestavano la non corretta prestazione delle cure rese al loro congiunto e la non corretta gestione delle complicanze. In via istruttoria richiedendo l’esperimento di una nuova consulenza d’ufficio.

Gli attori agivano sul presupposto che il rapporto tra processo civile e penale si configura in termini di autonomia, ad eccezione dell’ipotesi di sospensione del giudizio civile, previste dall’art. 75, terzo comma cpp.

Tuttavia, in applicazione di altri principi giuridici civilistici, ovvero quelli afferenti il libero convincimento del giudice e la rilevanza della così detta “prova atipica”, il Tribunale non disponeva nuova c.t.u. e, conseguentemente, rigettava la domanda proposta dagli attori. I convenuti avevano infatti prodotto in giudizio la perizia, a loro favorevole, redatta in sede penale,  opponendosi ad una nuova valutazione tecnica.

Il ragionamento argomentativo posto a fondamento della decisione di reiezione della domanda risarcitoria del Tribunale di Reggio Emilia  è il seguente:

  •  Nell’ordinamento civilistico manca una norma generale, quale quella prevista dall’art. 189 del codice di procedura penale, che legittima espressamente l’ammissibilità delle prove non disciplinate dalla legge.
  • Nel processo civile, tuttavia, non esiste un’indicazione di chiusura rispetto all’introduzione nel processo di prove documentali “atipiche”.
  • (art.116 c.p.c.), purché sorretto da congrua motivazione (Cass. n. 10825/2016, Cass. n. 840/2015, Cass. n.12577/2014, Cass.n.9099/2012, Cass. n.5440/2010, Cass. n. 5965/2004, Cass. n.4666/2003, Cass. n.1954/2003, Cass.n. 12763/2000, Cass. n.1223/1990).
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Quanto alla riduzione ad unità concettuale delle prove atipiche, il Tribunale ne appalesa la difficoltà, tenuto conto delle loro diverse tipologie. Alcune di esse  sono infatti raccolte in una sede diversa da quella ove vengono poi introdotte, come la testimonianza resa in un processo penale ed utilizzata in un processo civile; altre  sono state assunte con una finalità diversa da quella che tradizionalmente è loro riservata, altre ancora traggono la loro atipicità dalla  modalità con cui vengono acquisite nel giudizio, come ad esempio le dichiarazioni scritte provenienti da persone che potrebbero essere assunte come testi, o le perizie stragiudiziali.

La sentenza del Tribunale di Reggio Emilia appare convincente, sia in relazione all’applicazione dei principi giurisprudenziali in essa richiamati, sia nel merito, avendo il giudicante esaminato i vari passaggi della consulenza medico legale e specialistica infettivologica, posti a fondamento del rigetto della richiesta di una  nuova ctu. Nel caso di specie risultava acclarato il rispetto delle linee guida mediche e l’insorgenza di una patologia silente non prevedibile e prevenibile.

Tuttavia, al di là del caso in questione, relativamente al quale non è dato conoscere la linea difensiva e i motivi di criticità della ctu che si immagina gli attori abbiano allegato, a sommesso parere di chi scrive l’introduzione della perizia disposta dal P.M. nel processo civile, quale elemento di prova in sé esaustivo, non è privo di criticità.

Tale criticità può emergere, sia in relazione all’accertamento del nesso causale, sia in relazione alla differente regola probatoria applicabile nei due diversi processi.

E’ infatti noto che nel processo penale la prova deve essere ottenuta “oltre il ragionevole dubbio” in applicazione del principio in dubio pro reo (cfr. Cass. Pen. S.U. 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese), mentre nel procedimento civile vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non“, in considerazione della diversità dei valori in gioco nei due differenti processi.

E’ stato peraltro autorevolmente affermato che il concetto del più probabile che non, afferente al processo civile, non può ridursi all’aberrante regola del 50% plus unum; infatti una causa statisticamente improbabile può assurgere a genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili. In questo senso si veda Cass. III, 21 luglio 2011, n. 15991[1].

In considerazione di quanto sopra, chi scrive ritiene che l’introduzione nel processo civile di una perizia favorevole all’imputato, formatasi in base a criteri di accertamento della prova tipici del processo penale, possa essere del tutto inconferente al fine di un diverso accertamento su basi civilistiche.

Ulteriori elementi che inducono alla riflessione sono la diversa modalità di formazione del mezzo di prova nel processo civile rispetto a quello penale, e la diversa formulazione dei quesiti ai quali deve rispondere il consulente, nell’uno e nell’altro procedimento.

Quanto al primo aspetto, la Corte di Cassazione ha affermato che la prova acquisita in altro procedimento tra le stesse parti possa essere utilizzata, senza che rilevi la divergenza delle regole proprie di quel procedimento. Tuttavia, tale principio deve essere temperato da una attenta valutazione da parte del magistrato. Si tenga presente che la consulenza effettuata in sede civile, attraverso il meccanismo delle osservazioni alla bozza dei periti di parte e delle successive repliche del consulente del giudice, offre peculiari garanzie di completezza del contraddittorio.

Quanto alla seconda osservazione, va rilevato che la ctu medico legale nel processo civile può contenere, in forza del petitum indicato dall’attore, quesiti non proponibili in sede penale, come quello sulla perdita di chance di guarigione o di sopravvivenza.

In conclusione, posto come ineccepibile il principio della fruibilità delle prove atipiche nel processo civile, nelle cause di responsabilità medica, ai fini dell’accertamento della responsabilità del convenuto in termini civilistici, il magistrato dovrà valutare con particolare attenzione, alla luce delle osservazioni delle parti, l’esaustività,  o meno, dell’elaborato medico legale formatosi nel processo penale.



[1] “In tema di responsabilità da trasfusione di emoderivati: “in tema di danni da trasfusione di sangue infetto, le possibili concause appaiono plurime e quantificabili in misura di dieci, ciascuna con un’incidenza probabilistica pari al 3%, mentre la trasfusione attinge al grado di probabilità pari al 40%, non per questo la domanda risarcitoria sarà per ciò solo rigettata – o geneticamente trasmutata in risarcimento da chance perduta -, dovendo viceversa il giudice, secondo il suo prudente apprezzamento che trova la sua fonte nella disposizione di legge di cui all’art. 116 c.p.c., valutare la complessiva evidenza probatoria del caso concreto”.